mappa filosofia contemporanea
Kant
Rawls
Hegel
Marx
alienazione religiosa e politica
Positivismo
abduzione
determinismo e complessità
Bergson
Schopenhauer
Nietzsche
Freud
Cfr. schopenhauer-nietzsche-freud
schema freud
storia del socialismo
Rawls
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Positivismo
abduzione
determinismo e complessità
Bergson
Schopenhauer
Nietzsche
Freud
Cfr. schopenhauer-nietzsche-freud
schema freud
storia del socialismo
Glossario Nietzsche
Menzogne
millenarie. Alla base del filosofare
critico e demistificatore di Nietzsche, che egli stesso presenta come « una
scuola di sospetto », sta la tesi secondo cui la «debolezza» risulta
direttamente proporzionale all'ansia di «certezza», ossia alla volontàdi verità
(v.). In altri termini, secondo Nietzsche, gli uomini, per poter sopportare
l'impatto con il caos e l'irrazionalità del mondo, hanno costruito una serie
di « certezze » (metafisiche, religiose, morali ecc.), che, ad uno sguardo
profondo, si rivelano soltanto come delle necessità di sopravvivenza, ovvero
come delle « menzogne vitali ». Ad es. la metafisica «si può definire come la
scienza che tratta degli errori fondamentali dell'uomo, però come se fossero
verità fondamentali» (Umano, troppo umano). Analogamente, ogni religione
«è nata dalla paura e dal bisogno e si è insinuata nell'esistenza fondandosi su
errori della ragione» {ivi). Il rifiuto di queste menzogne, che il
filosofo ha il compito di mettere a nudo, rappresenta il banco di prova del
passaggio dall'uomo al superuomo: «Quanta verità può sopportare, quanta
verità può osare un uomo? Questa è diventata la mia vera unità di misura, sempre
più» (Ecce homo).
Volontà di verità.
Espressione polemica con la quale Nietzsche intende la ricerca tradizionale di
una verità assoluta e «il desiderio di un mondo permanente» (Frammenti
postumi). In altri termini, « La presunta "verità" (Wahrheit) della
quale la filosofia si è considerata, di volta in volta, indagatrice,
depositarla, profeta, non è altro — dal punto di vista di Nietzsche — che la
volontà di conferire un significato assoluto, non smentibile, definitivo,
ad una realtà che, di per sé, si presenta invece come caoticità inesauribile,
irriducibile a qualsivoglia forma per mezzo della quale la ragione pretenda di
catturarla» (G. Brianese).
Dionisiaco e apollineo. È la dualità, già presente in Natura, che esprime i due impulsi
(Triebe) dell'anima greca e, al tempo stesso, i due impulsi che stanno
alla base dell'arte (Kunsttriebe). Il dionisiaco, che scaturisce dalla
forza vitale e dal senso caotico del divenire, si esprime artisticamente nella
musica. L'apollineo, che scaturisce da un atteggiamento di fuga di fronte al
flusso imprevedibile degli eventi, si esprime artisticamente nelle linee
armoniche dell'arte plastica e dell'epopea. Il dionisiaco sta all'apollineo
come il caos sta alla forma, il divenire alla stasi, l'infinito al finito,
l'istinto alla ragione, l'oscurità alla luce, l'inquietudine alla serenità,
l'ebbrezza al sogno ecc. Tuttavia, mentre in un primo tempo, nella Grecia
presocratica, dionisiaco ed apollineo convivono separati, in un secondo tempo,
nella tragedia attica, si armonizzano fra di loro: «Sulle loro due divinità
artistiche, Apollo e Dioniso, è fondata • la nostra teoria che nel mondo greco
esiste un enorme contrasto, enorme per l'origine e per il fine, tra l'arte
figurativa, quella di Apollo, e l'arte non figurativa della musica che è
propriamente quella di Dioniso. I due istinti, tanto diversi tra loro, vanno
l'uno accanto all'altro, per lo più in aperta discordia, ma pure eccitandosi
reciprocamente a nuovi parti sempre più gagliardi, al fine di trasmettere e
perpetuare lo spirito di quel contrasto, che la comune parola "arte" risolve
solo in apparenza; fino a quando, in virtù di un miracolo metafisico della
"volontà" ellenica, compaiono in ultimo accoppiati l'uno con l'altro, e in
questo accoppiamento finale generano l'opera d'arte, altrettanto dionisiaca che
apollinea, che è la tragedia attica» (La nascita della tragedia). In un
terzo momento, tale equilibrio viene dissolto dal prevalere dell'apollineo, che
trionfa sul dionisiaco sin quasi a soffocarlo. Ciò avviene con la tragedia di
Euripide e con il razionalismo di Socrate. Contro tale processo di decadenza,
che ha finito per travolgere tutto l'Occidene, Nietzsche propone un recupero
convinto di Dioniso (v.).
Dioniso o l'accettazione
totale della vita. Dioniso, il
dio dell'ebbrezza e della gioia, il dio che canta, ride e danza, il dio che
bandisce da sé ogni rinunzia ed ogni fuga di fronte al mondo, rappresenta, per
Nietzsche, il simbolo divinizzato di quella accet-tazione totale della
vita nell'insieme dei suoi aspetti, che egli fa valere sia contro
l'atteggiamento rinunciatario della morale tradizionale, sia contro il «
buddismo» di Scho-penhauer. Accettazione che va ben oltre le opposte
unilateralità del pessimismo e dell'ottimismo (incapaci di cogliere la vita
nell'unità dei contrari che la caratterizzano) e che mette capo ad un programma
di fedeltà alla terra: «Vi scongiuro, o fratelli, rimanete fedeli alla terra
e non credete a coloro che vi parlano di sovraterrene speranze. Lo sappiano
o no: costoro esercitano il veneficio » (Così parlò Zarathustra,
Prefazione).
Genealogia della morale. Espressione usata da Nietzsche per indicare quello specifico modo di
accostarsi ai problemi morali che consiste nel mostrare il carattere storico o
«divenuto» dei valori etici e le motivazioni umane («troppo umane») che ne
stanno alla base. Metodo che ha le caratteristiche di una chimica delle idee
e dei sentimenti (come suona il titolo del primo paragrafo di Umano,
troppo umano): «Tutto ciò di cui abbiamo bisogno e che allo stato presente
delle singole scienze può esserci veramente dato, è una "chimica" delle idee e
dei sentimenti morali, religiosi ed estetici, come pure di tutte quelle emozioni
che sperimentiamo in noi stessi nel grande e piccolo commercio della cultura e
della società, e persino nella solitudine: ma che avverrebbe, se questa chimica
concludesse col risultato che anche in questo campo i colori più magnifici si
ottengono dai materiali bassi e persino spregiati? ». Ad esempio, dal punto di
vista genealogico, la motivazione inconfessata dell'umiltà e dello spirito di
sacrificio appare lo spirito di potenza e di sopraffazione; mentre la matrice
dell'amore appare la cupidigia e il desiderio di possesso: «II nostro amore per
il prossimo... non è un anelito verso una nuova proprietà?... Quando vediamo
soffrire qualcuno, utilizziamo volentieri l'occasione offerta in quel momento
per impossessarci di lui: così fa, per esempio, il benefattore e il
compassionevole; anch'egli chiama "amore" la bramosia suscitata in lui di un
nuovo possesso, e vi attinge il suo piacere... » (La gaia scienza). La
genealogia conduce quindi, secondo Nietzsche, all'autosoppressione della morale
(tradizionale) e alla trasvalutazione dei valori (v.).
La morale dei signori è quel tipo di
morale (storicamente incarnato dalle aristocrazie del mondo classico) che
sgorga da un sentimento di pienezza o di potenza e che si esprime nei valori
vitali della forza, della salute, della fierezza e della
gioia.
La morale degli schiavi è quel tipo di
morale che sgorga da un sentimento di debolezza e di risentimento (v.) e che
risulta improntata ai valori anti-vitali dell'umiltà, del disinteresse e della
pietà. Espressione emblematica di tale morale è il cristianesimo
(v.).
Risentimento. È l'odio
impotente dei deboli verso i forti ossia verso ciò che essi non sono e
che segretamente vorrebbero essere. Odio che si traduce in un
comportamento teso a sottomettere questi ultimi tramite una tavola di
valori anti-vitali che rappresentano l'esatto capovolgimento di quelli vitali.
In virtù del fenomeno del risentimento, la morale si configura dunque come uno
strumento di dominio, e ciò non solo nel senso del manifesto
annichilamento del «debole» da parte del «forte», ma anche del meno evidente
annichilamento del «forte» da parte del «debole».
Trasvalutazione dei
valori. È la frase famosa con cui
Nietzsche sintetizza la sua opera di reinterpretazione-trasformazione dei
valori: «La verità è tremenda: perché fino a oggi si chiamava verità la
menzogna. Trasvalutazione di tutti i valori: questa è la mia formula per l'atto
con cui l'umanità prende la decisione suprema su se stessa, un atto che in me è
diventato carne e genio» (Fece homo).
Cristianesimo.
L'attacco nietzschiano al cristianesimo avviene sostanzialmente a due livelli.
Il primo, di ordine generale, si connette al tema della «morte Il
secondo, più specifico, si concretizza nell'assimilazione del
cristianesimo a «negazione istituzionalizzata della volontà di vivere» (T. W.
Adorno), owero a tipica morale degli schiavi (v.). Particolarmente
significative, da questo punto di vista, le invettive de L'Anticristo:
«II cristianesimo ha preso le parti di tutto quanto è debole, abietto,
malriuscito; della contraddizione contro gli istinti di conservazione
della vita forte ha fatto un ideale; ha guastato persino la ragione delle nature
intellettualmente più forti, insegnando a sentire i supremi valori della
intellettualità come peccaminosi, come fonti di traviamento, come
tentazioni», « II concetto cristiano di Dio — Dio come divinità degli
infermi, Dio come ragno, Dio come spirito — è uno dei più corrotti concetti di
Dio, che siano mai stati raggiunti sulla terra; esso rappresenta forse, nello
sviluppo discendente dei tipi di divinità, addirittura il grado dell'infimo
livello. Dio degenerato fino a contraddire la vita, invece di esserne la
trasfigurazione e l'eterno s/'! In Dio è dichiarata l'inimicizia alla vita, alla
natura, alla volontà di vivere!».
Scienza e positivismo. Contro la mentalità scientifica e contro il positivismo, Nietzsche
afferma che la scienza non costituisce un sapere oggettivo privo di
presupposti, in quanto sgorga anch'essa da determinati presupposti e
atteggiamenti extra-scientifici (per es. dall'idea dell'assoluta utilità
della conoscenza o dal vagheggiamento di un mondo di matematica perfezione e
semplicità ben diverso da quello caotico e pluriforme dell'esperienza
quotidiana). Inoltre, contro il culto positivistico del «fatto» — in virtù del
quale la scienza stessa non risulta lontana dall'ideale ascetico del
cristianesimo per la sua adorazione della verità oggettiva, per il suo stoicismo
intellettuale che interdice il s; e il no di fronte alla realtà —
Nietzsche sostiene che la realtà non è una serie di dati che ci vincolano
necessariamente, ma un insieme di interpretazioni in cui ne va di noi
stessi: «no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni»
(Frammenti postumi), «il fatto è sempre stupido e in tutti i tempi è
apparso più simile a un vitello che a un Dio» {Considerazioni
inattuali).
Storicismo e storia.
Pur criticando lo storicismo e l'eccesso di memoria storica — che inchiodano
l'uomo al passato e ne paralizzano le iniziative, dimenticando che «per ogni
agire ci vuole oblìo» — Nietzsche ammette non solo il «danno», ma anche
«l'utilità» della storia. Infatti, la vita ha bisogno dei «servizi» della storia
sotto i tré aspetti della storia monumentale (v.), archeologica (v.) e critica
(v.).
La storia
monumentale è il tipo di storia di cui l'uomo ha bisogno
«in quanto è attivo e ha aspirazioni», cioè il tipo di memoria che gli fornisce
modelli per l'azione:
«In che giova dunque all'uomo d'oggi la considerazione
monumentale del passato, l'occuparsi delle cose classiche e rare delle epoche
precedenti? Egli ne deduce che la grandezza, la quale un giorno esistette, fu
comunque una volta possibile, e perciò anche sarà possibile un'altra
volta; egli percorre più coraggiosamente la sua strada, poiché ora il dubbio che
lo assale nelle ore di debolezza, di volere forse l'impossibile, è spazzato via»
{Considerazioni inattuali. II).
La storia archeologica è
il tipo di storia di cui l'uomo ha bisogno «in quanto preserva e venera», ossia
il tipo di storia che nasce dalla venerazione verso un passato di cui ci si
riconosce eredi e da cui ci si sente giustificati: «Della storia ha bisogno
[...] colui che guarda indietro con fedeltà e amore, verso il luogo onde
proviene, dove è divenuto [...]. La felicità di non sapersi totalmente arbitrar!
e fortuiti, ma di crescere da un passato come eredi, fiori e frutti, e di venire
in tal modo scusati, anzi giustificati nella propria esistenza — è questo ciò
che oggi si designa di preferenza come il vero e proprio senso storico...».
Ovviamente, per queste sue caratteristiche, la storia antiquaria contiene in sé
un potenziale pericolo, in quanto «ostacola la forte risoluzione per il nuovo,
quindi paralizza chi agisce...» {ivi).
La storia
critica è il tipo di storia di cui ha bisogno l'uomo « in
quanto soffre e ha bisogno di liberazione», ossia il tipo di storia che nasce da
un atto di libertà di fronte al passato: «Qui si fa chiaro come l'uomo abbia
molto spesso necessariamente bisogno, accanto al modo monumentale e antiquario
di considerare il passato, di un terzo modo, quello critico [...]. Egli
deve avere, e di tempo in tempo impiegare, la forza di infrangere e di
dissolvere un passato per poter vivere: egli ottiene ciò traendo quel passato
innanzi a un tribunale, interrogandolo minuziosamente, e alla fine
condannandolo...» (ivi).
Dio, per Nietzsche, è la
più antica delle bugie vitali («la nostra più lunga menzogna») ovvero la
menzogna che riassume tutte le altre menzogne. Dio rappresenta infatti la
personificazione delle varie «certezze» metafisiche, morali e religiose
elaborate dall'umanità per dare un senso «plausibile» ed un ordine
«rassicurante» al caos della vita e del mondo. In un'ottica più specifica. Dio
si configura come il simbolo di ogni prospettiva oltre-mondana ed anti-vitale,
che ponga (v. la tradizione platonico-cristiana) il senso dell'essere fuori e
in alternativa all'essere: «Dio, la formula di ogni calunnia delf'aldiqua",
di ogni menzogna dell'aldilà"! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la
volontà del nulla! ».
Morte di Dio. Espressione
mediante cui Nietzsche, coerentemente con la sua visione di Dio (v.), allude al
venir meno di tutte le certezze assolute che hanno sorretto gli uomini
attraverso i millenni, a guisa di stabili punti di riferimento, capaci di
«esorcizzare» lo sgomento provocato dal flusso irrazionale e caotico delle
cose. Tale vicenda viene presentata da Nietzsche come un evento in corso del
quale l'uomo-folle (= il filosofo-profeta) scorge lucidamente l'accadere, ma di
cui l'umanità non ha ancora preso coscienza (cfr. il testo). L'accettazione
della morte di Dio rappresenta il presupposto necessario della transizione
dall'uomo al superuomo (v.). N.B: 1) Quando Nietzsche parla della morte
di Dio allude certamente anche al Dio cristiano, ma non soltanto al Dio
cristiano, poiché la sua formula, come si è visto, ha una portata più generale;
2) l'ateismo di Nietzsche è radicale e rappresenta il presupposto a
partire da cui prende senso e consistenza tutto il suo discorso
filosofico: « Nessun dubbio infatti sull'ateismo di Nietzsche, nonostante le
fondate e suggestive cautele di Heidegger [...]. Con Nietzsche non solo Dio, ma
tutti gli dei sono morti» (M. Ruggenini).
«Come il "mondo vero" divenne una
favola». Espressione usata da
Nietzsche per alludere alla progressiva dissoluzione occidentale del
platonismo, ovvero della credenza in un mondo meta-fisico, immutabile e
perfetto, di cui quello reale sarebbe solo l'apparenza o la copia negativa (per
le varie «tappe » di tale processo, cfr. il testo).
Nichilismo. In una
prima accezione, Nietzsche intende per nichilismo «la volontà del nulla», ovvero
ogni atteggiamento di fuga e di disgusto nei confronti del mondo reale.
Atteggiamento che egli vede incarnato soprattutto nel platonismo e nel
cristianesimo. In una seconda accezione, connessa alla precedente ma più
circoscritta e pregnante, Nietzsche intende per nichilismo la specifica
situazione dell'uomo moderno, che, non credendo più in un «senso» o «scopo»
metafisico delle cose e nei «valori» supremi, finisce per avvertire, di fronte
all'essere, lo sgomento del «vuoto» e del «nulla»: «Nichilismo: manca il
fine; manca la risposta al "perché?"; che cosa significa nichilismo? — che i
valori supremi si svalorizzano » (Frammenti postumi). Da dove scaturisce
tale venir meno dei supremi valori a cui l'Occidente, da Plafone in poi, si è
affidato? Nietzsche sostiene che la disillusione nichilistica circa
valori assoluti e metafisicamente inscritti nelle cose proviene da una
precedente illusione circa i medesimi. In altri termini, l'uomo avrebbe
dapprima creduto in un mondo governato da categorie quali l'« unità», la
«verità», il «bene», il «fine»," l'essere» ecc. In seguito, essendosi
reso conto che tali categorie sono fittizie, in quanto il mondo non rispecchia
affatto i nostri desideri logici e morali, sarebbe piombato nella disperazione
nichilista:
«II
nichilismo come sfato psicologico subentra di necessità, in
primo luogo, quando abbiamo cercato in tutto l'accadere un "senso" che in
esso non c'è», «Insomma: le categorie "fine", "unità", "essere", con cui avevamo
introdotto un valore nel mondo, ne vengono da noi nuovamente estratte — e
ora il mondo appare privo di valore», « Risultato: il credere
nelle categorie è la causa del nichilismo — abbiamo misurato il valore del
mondo in base a categorie che si riferiscono a un mondo puramente fittizio»
(Frammenti postuma. Nietzsche, pur proclamandosi anch'egli nichilista,
ritiene di esserlo in modo tale da superare il nichilismo stesso. Da ciò
la distinzione fra diversi tipi di nichilismo (v.).
Tipi di nichilismo.
Nei Frammenti postumi Nietzsche afferma che il nichilismo è «ambiguo»,
poiché da un lato si presenta come nichilismo attivo e dall'altro come
nichilismo passivo. Il nichilismo attivo, che deriva da una «cresciuta
potenza dello spirito», arriva a mettere in discussione i valori e gli «articoli
di fede» della tradizione, ma non risulta sufficientemente forte da porre
nuovi valori. Il nichilismo passivo, che segue ad una forma di «declino e
regresso della potenza dello spirito», produce esaurimento e disgregazione,
ovvero un atteggiamento di arrendevolezza di fronte all'insensatezza del mondo
(alla quale si reagisce solo «stordendosi»). Rifiutando il lato « passivo » del
nichilismo e procedendo oltre quello « attivo», Nietzsche propende invece verso
un nichilismo «radicale», che al consapevole accertamento della mancanza di un
senso metafisico dato fa succedere la reinvenzione del senso stesso. In
altri termini, il nichilismo radicale di Nietzsche consiste nel fare del
superuomo la figura in grado di imporre un senso alla caoticità priva di
senso del mondo. Tutto ciò spiega perché Nietzsche abbia voluto essere
«paziente, diagnostico e terapeuta, nella stessa persona, della malattia mortale
del nichilismo» (H. Kùng) e perché egli dichiari, con orgoglio, di avere il
nichilismo «dietro, sotto e fuori di sé».
La teoria dell'Etemo Ritorno dell'Uguale è la
dottrina secondo cui tutte le realtà e gli eventi del mondo sono destinati a
ritornare identicamente infinite volte. Che cosa sia veramente l'eterno ritorno
(una realtà cosmologica, un imperativo etico ecc.) e quali siano i suoi rapporti
con l'iniziativa umana, costituisce una delle questioni più complesse della
critica nietzschiana (v. il testo). Ciò non toglie che la funzione di
questa dottrina, all'interno dell'economia complessiva del pensiero di
Nietzsche, risulti sufficientemente chiara. Credere nell'eterno ritorno
significa infatti ritenere: 1) che il senso dell'essere non stia fuori
dell'essere, ma nell'essere stesso; 2) disporsi a vivere la vita, e ogni
attimo di essa, come coincidenza di essere e senso, ossia come un gioco
creativo avente in se medesimo il proprio senso appagante. Proprio per
questi motivi, l'eterno ritorno, in quanto apoteosi estrema del divenire,
incarna al massimo grado l'accettazione superomistica dell'essere,
ponendosi, per dirla con Nietzsche, come «la suprema formula dell'affermazione
che possa mai essere raggiunta».
Il superuomo. In linea generale, quello di
superuomo è un concetto filosofico di cui si serve Nietzsche per
esprimere il progetto di un nuovo essere qualificato da una serie di
caratteristiche che emergono oggettivamente dall'insieme della sua opera. Il
superuomo è colui che sa accettare la vita (v.), rifiutare la morale
tradizionale (v.), operare la trasvalutazione dei valori (v.), «reggere» la
morte di Dio (v.), superare il nichilismo (v.), collocarsi nella prospettiva
dell'eterno ritorno (v.) e porsi come volontà di potenza (v.). Come tale, il
superuomo non può che stagliarsi sull'orizzonte del futuro. Tant'è che il
prefisso ùber-mensch può essere tradotto con oltre-uomo, proprio per evidenziare
meglio la diversità fra il superuomo del futuro e l'uomo del presente.
Sufficientemente chiaro come concetto generale, il superuomo appare piuttosto
sfuggente come figura concreta. Da ciò la molteplicità delle
interpretazioni circa il soggetto effettivo che dovrebbe
incarnarne le istanze teoriche (che vanno da quelle di tipo estetizzante
e decadente a quelle di tipo radicale o di sinistra) e il fallimento di ogni
tentativo di «catturare» politicamente il messaggio di Nietzsche, che è —
e rimane — di ordine prevalentemente fìlosofìco, ossia incentrato su
tematiche generali quali l'accettazione della vita, la critica della
morale, la morte di Dio, il nichilismo ecc.
La
volontà di potenza di cui parla Nietzsche si identifica
sostanzialmente con il modo d'essere del superuomo, concepito come libertà
creatrice, che, ergendosi al di sopra del caos della vita, impone ad essa i
propri significati e le proprie interpretazioni. In altri
termini, la volontà di potenza è la dimensione stessa dell'oltre-uomo, che può
accettare l'essere (amor fati) solo a patto di ri-creare l'essere a
propria misura. In quanto forza ermeneutica o interpretativa, la volontà
coincide pure con il continuo superamento che la vita fa di se stessa, nello
sforzo di reinventare incessantemente se medesima e il proprio rapporto con il
mondo: «E la vita stessa mi ha confidato questo segreto. Vedi, — disse — io sono
il continuo, necessario superamento di me stessa», « mille sentieri vi sono non
ancora percorsi; mille salvezze e isole della vita. Inesaurito e non scoperto è
ancora sempre l'uomo e la terra dell'uomo... ».
Cosa in sé l'oggetto della conoscenza
considerato come una realtà indipendente dalla percezione e dal giudizio del
soggetto conoscente. Essa ha sempre rappresentato nelle filosofie che si
richiamano al realismo, il piano della verità e della realtà contrapposto a
quello dell'opinione e dell'apparenza. Contrapposta al fenomeno da un certo
momento in poi ha designato il limite della conoscenza umana, che fondata
sull'esperienza, non può conoscere una realtà indipendente da
essa.Freud: Teoria della civiltà e della religione
Al di là del principio di
piacere (1920); Disagio della civiltà (1929), sono 2 opere collegate:
nella prima c’è una parziale revisione della teoria freudiana che si riverbera nella
seconda che presenta una teoria della civiltà. Una teoria antropologica della
religione è invece contenuta in Totem e tabù (1913)
“Al di là del principio di piacere”. Se vi
ricordate, la 2 topica freudiana (Es-Io-Super-Io) era basata sui 2 “padroni
ingombranti” della ns. psiche: Es e Super-Io dove l’es è il calderone delle
nostre pulsioni primordiali che risponde al principio di piacere (o di scarica
neurale immediata). Ebbene in “Al di là…” freud individua in questo meccanismo
primitivo una tendenza distruttiva e ambivalente: la ns. psiche cioè non cerca
il “piacere” ma di annullare ogni forma di dolore tendendo ad una sorta di grado zero di stimoli (principio del nirvana, v. Schopenhauer e
la noluntas) che confina con la morte. Freud individua questa tendenza
autodistruttiva analizzando i reduci della Grande Guerra che tendevano a
rivivere le esperienze dolorose della trincea invece che fuggirle (“coazione a
ripetere”). Così freud individua dentro l’es un principio di morte (thanatos)
contrapposto a quello di vita (eros) e guarda alla vita dell’uomo e della
società come un terribile scontro tra un’istanza di morte che tende ad
annullare e a spegnere la vita e una pulsione erotica positiva che crea legami
sociali e civiltà.
Con questo entriamo dentro la teoria della civiltà in “Disagio della civiltà”. La civiltà si
sviluppa attraverso un sacrificio delle pulsioni distruttive (Thanatos) e un’adesione
ad Eros che comporta comunque un freno morale e legale alle proprie pulsioni. L’apprendistato
sociale del bambino e, su scala storica, dell’umanità vede sempre un difficile
compromesso tra scarica immediata (e distruttiva) della pulsione e mediazione
operata dal Super-Io sociale che usa le forze dell’Eros per frenare l’anarchia
pulsionale. Uno scontro doloroso che comporta sempre una parziale rinuncia alla
felicità “in cambio di un po’ di serenità”. (v. testo molto chiaro di freud linkato
nella slide su Disagio della civiltà).
Totem e tabù (1913) Ed
eccoci a Totem e tabù. Il tentativo di legare complesso di Edipo alla
nascita delle religioni, quindi darwinisticamente ontogenesi (individuo) con la
vita della specie (filogenesi). Nell’orda primitiva il maschio dominante e
Padre ha il monopolio del potere anche sessuale ed è oggetto di sentimenti
ambivalenti dei suoi figli e/o subalterni che lo ammirano e lo temono. L’uccisione
del Padre ad opera dei figli
coalizzati scatena negli stessi il sentimento di colpa che si cristallizza
nelle figure totemiche della religione primitiva (che rappresentano sempre
il simbolo del grande Padre del gruppo) e nel tabù (proibizione) dell’incesto
come regola sociale fondamentale.
Ecco quindi secondo Freud l’origine della religione (v. anche l’eucarestia
come ripetizione rituale del rito del pasto totemico operato dai figli per
introiettare la forza del padre) in una
chiave antropologica non nuovissima
(v. feuerbach “Essenza della religione”) ma originale per l’applicazione della
psicanalisi alla storia delle religioni.
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